tempi moderniIl più grande inganno perpetrato ai danni dell’umanità è forse la pretesa neutralità dei mezzi rispetto ai fini. Qualsiasi oggetto, una volta che si è imposto fra gli uomini, tende a espandersi secondo la logica interna che lo anima e richiede che la società si riorganizzi secondo questa stessa logica.

Un’arma ha lo scopo di uccidere e prolifica attraverso conflitti che producono insicurezza e ne giustificano il possesso. Un cellulare o uno smartphone hanno lo scopo di far comunicare gli esseri umani a distanza e necessitano che ognuno di noi si isoli dagli altri. Una televisione ha lo scopo di intrattenere le masse e crea queste stesse masse, sradicandole dalle proprie culture “particolari” e “concrete” secondo il noto adagio che vuole il medium stesso come messaggio. Un’auto ha lo scopo di colmare distanze ad ampio raggio: pretende pertanto la separazione dell’ambiente domestico e delle sue pertinenze da quello professionale e scolastico, ma anche da quello commerciale o ricreativo, ovvero la separazione del singolo dalla “comunità”.




La storia della scienza insegna che ciò che si può, si deve. La possibilità stessa è un imperativo categorico che sfugge a qualsivoglia considerazione politica, morale, ecologica o di banale opportunità. Questo processo  è ciò che connota quanto chiamiamo “tecnica”, la cui essenza più profonda – insegna Heidegger – non è nulla di tecnico.

Val la pena allora richiamare, per quanto ci preme evidenziare qui, le considerazioni sul ruolo dello Stato nel processo d’innovazione tecnologica, perché il brodo di coltura dello “sviluppo” non è, contrariamente a quanto si potrebbe credere, il libero mercato, ma  le agenzie di quegli Stati che, per dimensione e vocazione, pongono la scienza al servizio della propria volontà di potenza e della preservazione della propria leadership economica globale.

Mariana Mazzucato, nel pamphlet  Lo stato innovatore (2011), richiama diverse esperienze maturate negli Stati Uniti e nel Regno Unito evidenziando come – in tutta una serie di aree tecnologiche chiave (elettronica, informatica, biotech) – nessuna iniziativa imprenditoriale avrebbe visto la luce se l’attività più rischiosa ed esosa non fosse stata portata avanti dall’iniziativa pubblica. Facebook non esisterebbe senza Internet, che è un parto del governo americano così come il primo browser di massa (NCSA Mosaic), non del libero mercato; i collegamenti ipertestuali sono un’invenzione del CERN di Ginevra, al pari del primo touch screen il primo browser di massa (NCSA Mosaic) fu sviluppato dal governo USA;  Skype è nato in virtù di un finanziamento europeo, e gli esempi potrebbero continuare per evidenziare come le domande che i grandi Stati pongono alla scienza attraverso quel mito contemporaneo denominato “ricerca”, non corrispondono alle esigenze di una migliore organizzazione delle risorse locali, di una più spiccata armonia fra eco-sistemi e attività produttive, né mettono al centro del problema l’uomo e il valore sociale e culturale del lavoro che lo sviluppo dei processi di automazione, generalmente, mette a repentaglio.




Gli strumenti a cui ci asserviamo non rendono migliore la nostra vita considerata in sé stessa, come campo di relazioni concrete, e dunque regionali, locali, fra uomo e uomo, uomo e ambiente. Il loro scopo è azzerare le distanze spaziali e il tempo necessario a compiere un’azione in nome del grande ideale della modernità, la produttività, e del fine a cui corrisponde: il dominio sulla dimensione fisica. Detto altrimenti, il controllo sul “Mondo”.

Azzerando lo spazio e il tempo anziché “vivendoli”, azzeriamo tuttavia le stesse condizioni di possibilità dell’esperienza umana e procediamo verso un’imprevedibile, minacciosa, forse apocalittica, era post-umana. E’ possibile e desiderabile cambiare questo destino con i soli strumenti della politica, anche attraverso riforme che pieghino la ricerca a una migliore pianificazione regionale e locale in nome di un nuovo umanesimo elevatosi alla consapevolezza ecologica, o il dado è già tratto e il treno della Storia è irrefrenabile? Ha senso provare a invertire il senso di marcia con gli strumenti della democrazia o tutto ciò che si può fare è rifugiarsi in una dimensione parallela ricercando una propria, personale, jungeriana Godenholm? Domande in attesa di una risposta che potrebbe arrivare solo una volta che la storia sia giunta oltre il punto di non ritorno.

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