referendumIl voto referendario del 4 dicembre ha visto tutto il pulviscolare mondo autonomista compatto a favore del No, con una presa di posizione ufficiale anti-renziana giunta anche dall’European Free Alliance.

Il referendum avrebbe infatti modificato il titolo V dela Costituzione, rafforzando i poteri dello Stato a detrimento di quelli delle Regioni, fatto che ha suscitato una contrarietà epidermica da parte di un vasto mondo di sigle: dagli indipendentisti lombardi agli autonomisti bellunesi, dai regionalisti salentini al Partito Sardo d’Azione.

Ora, a bocce ferme, giunge il momento di muovere una riflessione più articolata su una riforma irricevibile, certo, che ha però restituito attualità al dibattito sul regionalismo italiano. Appare infatti impossibile non prendere atto che la precedente modifica, quella del 2001, ha prodotto più danni che benefici, causando un aumento dei costi a carico del contribuente.

Del trend è rappresentativa soprattutto la sanità, la cui spesa, negli ultimi 15 anni, è salita da 75 a 113 miliardi di euro, per non parlare dei problemi burocratici collegati ai conflitti fra Stato e Regioni (complessivamente oltre 1500).

Quella riforma aveva tuttavia un merito: garantiva alle Regioni un’importante voce in capitolo in materie particolarmente sensibili sul piano ambientale:  produzione, trasporto e distribuzione dell’energia, ad esempio, ma anche porti e aeroporti e, soprattutto, infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto.

Con la loro riforma Renzi e Boschi avrebbero voluto togliere voce alle Regioni, lasciando allo Stato il Potere di cambiar la faccia ed esporre interi territori a seri rischi ecologici, fatto che ha motivato il No di larga parte del mondo ambientalista.

Quello che nessuno, di certo, ha ancora fatto, è stato riflettere sulla natura e sul compito delle regioni, che dal 2001 a oggi hanno obiettivamente rappresentato il lato più oscuro della politica italiana, e che lungi dal favorire decentramento e partecipazione alla vita politica hanno concentrato poteri e risorse nelle mano di fameliche élite locali.

Che le cose debbano cambiare continua pertanto ad apparire pacifico tanto quanto prima, perché oggi le Regioni assomigliano troppo allo Stato da cui emanano. Di questo non abbiamo bisogno, anzi: se di questo si trattasse, se tutto si riducesse a garantire altri spazi d’azione ai partiti e ai gruppi di potere che si contendono il governo della nostra vita, trarremmo maggiori benefici dal taglio di tutti gli enti intermedi, a partire proprio dalle Regioni.

Il compito che abbiamo davanti è invece quello di immaginare enti che assorbano, come spugne, le esternalità negative del sistema militare-industriale, favorendo la riduzione dei danni sociali e ambientali causati dagli eccessi del libero mercato da un lato, della burocrazia statale dall’altro. In cosa si traduce, concretamente, questa missione?




Alcuni esempi: nel trasformare le Regioni, innanzitutto, in enti in grado di affrontare le emergenze  del nostro tempo, legate in particolare all’inquinamento e all’impatto ambientale delle attività umane. Questo compito può essere svolto solo attraverso politiche di prevenzione o riconversione delle attività a rischio, che muovano dal controllo e dalla salvaguardia dei sempre più delicati equilibri urbani ed extra-urbani. E’ un compito, questo, che deve competere in ultima istanza alle comunità locali, cui devono essere assegnati ampi poteri di iniziativa legislativa e di intervento sull’operato degli eletti in Regione, anche per via referendaria.

Inclusione sociale, reddito di cittadinanza collegato al ripopolamento delle aree montane, difesa e promozione delle economie circolari e di comunità, istruzione parentale, mutuo soccorso e applicazione della più ampia sussidiarietà sono ulteriori esempi di come è possibile, per le regioni, incidere positivamente sul tessuto sociale, rivivificandolo e ridisegnandone i lineamenti.

Da decenni, autonomisti e federalisti misurano l’efficacia della propria azione su base eminentemente quantitativa: lo sforzo, in questa visione,  viene concentrato nel trasferimento di sempre nuovi poteri e nuove risorse alle Regioni, a costo di tradurle negli agenti dello Stato centrale, a sua volta agente di lobby economiche e finanziarie, e dunque nei funzionari di un progetto storico ormai entrato in crisi strutturale.

In una rinnovata visione autonomista, l’optimum è invece rappresentato dalla capacità di individuare quegli ambiti d’intervento che possono agire in profondità, entrare nei gangli del tessuto sociale e modificarlo secondo le direttrici della sostenibilità e della felicità interna lorda. Su queste basi può avere senso e credibilità anche una nuova battaglie sulla redistribuzione di risorse fra il centro e la periferia, con la possibilità di far fronte comune fra tutte le forze autonomiste in campo su un progetto regionalista ad ampio spettro capace di trasformare alla radice l’intera società italiana.

FacebookTwitterGoogle+LinkedInFacebook MessengerEmailPinboardPrintFriendlyCopy Link

Resta aggiornato!

Inserisci il tuo indirizzo Mail:



Indipendenza, nazionalismo, autonomia: la Catalogna al bivio
Leggi di più
Tecnica, Stato, Destino: verso l’era post-umana
Leggi di più
2017 fuga dalla Puglia
Leggi di più
Dove osano lupi e banditi: la geofilosofia della montagna in Camanni
Leggi di più
Dio salvi le regioni. Quella riforma targata PD che non s’ha da fare
Leggi di più
Libertà 2.0: l’homeschooling
Leggi di più

outletlibri

diggita428

autosufficienza

Categorie
La Libreria