regioni-accorpate-

Pochi anni fa – correva il 2014 – un progetto di riforma dei deputati PD Roberto Morassut e Raffaele Ranucci riportò in auge un vecchio pallino della Fondazione Agnelli, ovvero l’accorpamento delle attuali 20 regioni in 12 macro-regioni. Vale la pena tornare sull’argomento perché si tratta di un genere di proposte piuttosto ricorrenti nel corso della storia recente, che durano lo spazio di un dibattito prima di essere chiuse in quel cassetto che i politici aprono in campagna elettorale, a mo di promessa o di spauracchio.

Non per questo, però, devono essere sottovalutate, perché la lentezza con cui un processo giunge a compimento non giustifica che questo processo non sia già in atto sotto forma di propaganda. Crediamo sia emblematico quanto avvenuto con le province, elevate a capro espiatorio di un sistema di sprechi nel quale il loro contributo al malgoverno appariva davvero marginale. E crediamo che non ci siano ragioni per cui la stessa sorte non debba coinvolgere un ente che di fatto, fino ad ora, ha tradito quasi tutte le aspettative che ne avevano portato all’istituzione.




Vediamo, nello specifico, come questi due simpatici deputati avevano pensato di ridisegnare i confini interni dell’Italia, sostituendo alle attuali regioni entità il cui carattere astratto appare evidente già dai nomi prescelti:

1- Regione Alpina (Valle D’Aosta, Piemonte, Liguria)
2- Regione Lombardia
3- Regione Triveneto (Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige)
4- Regione Emilia Romagna (Emilia Romagna + Provincia Pesaro)
5- Regione Adriatica (Abruzzo + Province Macerata, Ancona, Rieti, Ascoli, Isernia)
6- Regione Appenninica (Toscana, Umbria + Provincia Viterbo)
7- Regione Sardegna
8- Regione di Roma (Capitale Roma + Provincia di Roma)
9- Regione Tirrenica (Campania + Province Latina, Frosinone)
10- Regione Sicilia
11- Regione del Ponente (Calabria + Provincia Potenza)
12- Regione del Levante (Puglia + Province Matera e Campobasso)

Il tema è stato ampiamente affrontato sul blog dell’associazione “Geograficamente”, dove viene scritto a caratteri cubitali che urge “superare al più presto obsolete regioni con aree territoriali demograficamente e geo-morfologicamente omogenee”, “un’esigenza organizzativa urbana confacente alla mutazione dei tempi”. Questa associazione propone dal canto suo la suddivisione dell’Italia in 5 macro-regioni dove, per dare un’idea di quale sia la posta in gioco, la Sardegna viene inserita in un’area vasta del Centro Italia insieme a Lazio, Abruzzo e Molise “così da toglierla dall’isolamento politico-insulare”.

Il sito – che cita le parole del geografo Lucio Gambi – ha però il merito di ripercorrere la genesi delle attuali regioni, cosa che non viene fatta spesso.

“Con la Costituzione del 1948 le regioni non sono state disegnate ex novo in base ad una analisi delle reali situazioni del dopoguerra. Sono state chiamate «regioni» delle ripartizioni territoriali che già esistevano dal 1864 col nome di compartimenti: erano destinate cioè ad inquadrare i risultati delle rilevazioni statistiche nazionali. Ma neanche questi “compartimenti” potevano fregiarsi di una nascita ex novo, perché in realtà erano stati per lo più costituiti con l’aggruppamento di un certo numero di province fra loro finitime, che prima dell’unificazione nazionale avevano fatto parte del medesimo Stato, e in quest’ultimo avevano ricoperto insieme uno spazio che nei secoli della romanità imperiale o in epoca comunale aveva ricevuto un nome regionale. I compartimenti del 1864 risultano quindi da uno sforzo di identificazione di quelle vecchissime regioni, la cui fama era stata ribadita e divulgata nel rinascimento da una rigogliosa tradizione di studi”.

italiaregioni

Non c’è nessuna ragione – ne conveniamo – di immaginare che le attuali regioni abbiano intorno a sé un’aura di sacralità, ma ci viene difficile apprezzare e sostenere una riforma che trascende totalmente la rappresentazione che la storia, l’antropologia, la dialettologia hanno messo in scena nel teatro della coscienza collettiva.

Le ragioni dell’economia di scala, ossia le ragioni della società della crescita che in nome della “mutazione dei tempi” chiede di operare su un terreno di iper-semplificazione in cui qualsiasi specificità locale – emblematico il caso dei TAV – è un intralcio al profitto, alla produttività o, come si diceva un tempo, al progresso, rischiano di demolire la questione dell’autonomia neutralizzando qualsiasi identità e qualsiasi diversità come anti-storiche.

Se, per dire, siamo arrivati al punto da pensare che fra Piemonte e Liguria non sussistano differenze così marcate – sul piano orografico, agro-alimentare, socio-economico – da giustificare due entità distinte, significa che stiamo perdendo di vista il senso stesso delle regioni e della loro necessità storica.

Se pensiamo che lo scopo delle regioni sia quello di “fungere” da terreno di gioco del sistema militare-industriale, arriveremo a un punto in cui l’infrastrutturazione del territorio e l’integrazione socio-economica del Paese vanificherà l’idea stessa di articolazione interna di uno Stato. O la ridurrà a semplice esercizio amministrativo senza nessun respiro politico e culturale. E’ la globalizzazione, bellezza.

Su questo terreno, sul terreno della società della crescita, qualsiasi autonomismo ha già perso e si appresta a consegnarsi al passato. Appiattite e omologate dalla potenza della tecnica in tutte le sue svariate espressioni, uniformata dai codici della società dell’informazione, dei consumi e dello spettacolo, le regioni – nella loro veste tradizionale di “luoghi” disegnati da una storia lenta e meticolosa – sono effettivamente un ostacolo e un anacronismo fra la società e il suo fine: lo sviluppo illimitato.




In una visione dove il tempo non è più la linea di sedimentazione di specificità locali ma la variabile che ci permette di raggiungere un punto B partendo da un punto A, e che dobbiamo diluire quanto più possibile per attraversare uno spazio fisico omogeneo e indistinto, parlare di nuove regioni come Romagna, Salento o persino Lunezia, dissertare dell’occitanismo delle valli piemontesi, insistere sul difficile inserimento di un territorio dolomitico come quello bellunese in Veneto o riscoprire il Pasolini dell’epos friulano appare un esercizio assolutamente privo di senso.

Solo sotto l’ala della decrescita, del territorio come bene comune da ri-scoprire e conservare, della cultura locale come patrimonio da proteggere e del superamento dell’economia e della produttività come paradigmi dominanti dell’azione politica, è possibile rivendicare un’autonomia locale rispetto a un Centro e tracciare un confine fra burocrazia e comunità, profitto e valore, omologazione tecnica e genius loci. Solo saldando ecologia e g-localismo, ambientalismo e federalismo, solo attingendo al patrimonio semantico del bio-regionalismo, il tema dell’autonomismo può avere un futuro che altrimenti la storia, giocoforza, gli negherà.

Qualsiasi autonomismo che non comprenda questo semplice assunto e che non si ri-posizioni su una linea critica nei confronti dell’attuale sistema produttivo, del suo impatto ecologico e della sua natura infelicitante, non solo rende un pessimo servizio alla società nel suo complesso, ma anche a se stesso.

Potrebbe interessarti:

FacebookTwitterGoogle+LinkedInFacebook MessengerEmailPinboardPrintFriendlyCopy Link

Resta aggiornato!

Inserisci il tuo indirizzo Mail:



Indipendenza, nazionalismo, autonomia: la Catalogna al bivio
Leggi di più
Tecnica, Stato, Destino: verso l’era post-umana
Leggi di più
2017 fuga dalla Puglia
Leggi di più
Dove osano lupi e banditi: la geofilosofia della montagna in Camanni
Leggi di più
Dio salvi le regioni. Quella riforma targata PD che non s’ha da fare
Leggi di più
Libertà 2.0: l’homeschooling
Leggi di più

outletlibri

diggita428

autosufficienza

Categorie
La Libreria