Zaia e Maroni, Raduno di Pontida 2013

Ormai sembra certo. Che si segua o meno la via dell’election day, secondo le richieste rivolte al governo da Zaia e Maroni, in primavera i cittadini lombardi e veneti saranno chiamati a un referendum sull’autonomia; un referendum promosso dai rispettivi consigli regionali. Un referendum che, all’ombra della Madonnina, dovrebbe suonare all’incirca così: “Volete voi che la Regione Lombardia, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma della Costituzione?”.

A costo di rompere sempre le uova nel paniere, non ci possiamo esimere da alcune riflessioni, in primis su un quesito comicamente generico che sottende la certezza che il “meglio” coincida col “di più”, e l’efficacia dell’autonomia con un semplice, maggiore trasferimento di poteri e risorse in loco “nel quadro dell’unità nazionale”. Si continua a soprassedere, innanzitutto, sul ripensamento del ruolo delle regioni nel quadro politico nazionale ed europeo, saltando a piè pari l’obiezione niente affatto peregrina di Gianni Barbaceto sul sito del Fatto Quotidiano:

La verità è che la Lombardia, come tutte le altre regioni, di autonomia, di potere e di soldi ne ha già tantissimi. Ma (come le altre regioni) non li ha usati affatto bene. La sanità, per esempio, che è la partita in cui le regioni hanno i budget più alti, è stata negli anni scorsi, in Lombardia come altrove, scossa da una sequela infinita di scandali, ruberie, tangenti. I tempi d’attesa per visite ed esami non urgenti restano lunghissimi. E la classe politica regionale si è dimostrata la più corrotta e meschina, a rubacchiare anche sulle bibite al bar.




Sul territorio, la Lega Nord cerca di spingere questo referendum dal sapore evidentemente virtuale additando come modello un sistema ormai anti-storico, nato in seno a una minoranza linguistica forte di un idioma estero e improponibile, su larga scala, “nel quadro dell’unità nazionale”: l’ autonomia sud-tirolese, che si basa sul trattenimento del 90% del gettito fiscale in loco, e che ha fatto dell’autonomia un florido business al quale difficilmente i sud tirolesi rinuncerebbero in nome di un’annessione all’Austria, evento ormai riconducibile a un futuro mitologico la cui sola evocazione basta però a giustificare, contro i detrattori, lo statuto introdotto nel lontano 1961.

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In realtà, questo referendum sembra evidenziare anzitutto una partita interna alla Lega Nord fra chi non vuole rinunciare all’autonomismo delle origini e chi abbraccia il nuovo corso di Matteo Salvini. Abbandonata ogni velleità indipendentista, il “Capitano”, come viene chiamato dai suoi aficionados, insegue l’elettorato populista sui temi di questo frangente storico, ponendo addirittura le battaglie contro i flussi migratori e l’Europa sotto il nume tutelare del nazionalismo italiano. Troppo, per due padri fondatori della Lega Nord del calibro di Bossi e Maroni. Ma non è di loro che siamo preoccupati.

Per l’autonomismo e quindi per chi crede che regionalismo e sussidiarietà siano i cardini di un pensiero a venire, un pensiero orfano delle vecchie ideologie ma capace di trasformare gli attuali, confusi ma tangibili richiami ai valori di territorio e comunità in un progetto politico organico, la questione è evidentemente ben diversa da quella sollevata da un presunto autonomismo che si gioca la carta della disperazione: un referendum che non ha nemmeno la forza di fare il verso a quello scozzese o al voto catalano  a cui pure, evidentemente, vorrebbe guardare.

Continuiamo a ripeterlo: siamo fuori strada. Anziché usare il regionalismo come clava politica per inseguire un consenso relativo di medio termine, anziché guardare a improponibili e lontani modelli residuali del secolo breve come lo statuto trentino-tirolese, bisogna ripensare compiutamente il ruolo delle Regioni aggiornandolo alle sfide del nuovo secolo. Sfide innanzitutto ambientali (si pensi solo ai livelli d’inquinamento atmosferico della Lombardia), quindi sociali e culturali, che coinvolgano e impegnino quanto di meglio l’intelligenza collettiva può schierare sui temi del rapporto fra comunità e territorio, imprenditoria e responsabilità sociale, turismo e ambiente, cultura e profitto, educazione e lavoro.

E’ di questi giorni, per dire, la notizia che lo Stato vorrebbe ridisegnare la geografia del gioco d’azzardo istituendo zone franche, casinò h/24 dove non valgano norme no slot su orari di apertura e distanze minime dai luoghi sensibili da rispettare e dove leggi regionali e sindaci nulla possono. Queste sono le minacce intollerabili agli enti locali, che vedono l’opinione pubblica compatta contro le ludopatie e a difesa dei valori dell’autonomismo.

Solo su questa base, individuando obiettivi virtuosi di evoluzione sociale prima che competenze, strumenti prima che risorse atti a finanziarli (e fra gli strumenti annoveriamo anche il riconoscimento di regioni storiche, una su tutte la Romagna) sarà possibile restituire ai cittadini la speranza tradita nel decentramento e nell’autonomia, una speranza seppellita sotto tonnellate di scandali, di tasse e di spese pazze.

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