Premessa

legaelepenLo spostamento dell’agenda politica dai temi interni a quelli internazionali, al pari della crescente interdipendenza delle economie, hanno emarginato in Italia il dibattito sul federalismo, sull’autonomismo e su riforme istituzionali di segno regionalista.

Per almeno 3 lustri questo dibattito aveva diviso l’opinione pubblica, favorendo la nascita e l’affermazione, anche al di fuori delle tradizionali isole linguistiche, dei più diversi movimenti regionalisti; movimenti che, sull’onda delle più note esperienze europee e del loro carattere mobilitante, avevano assunto un originale segno indipendentista.

La stessa Lega Nord, movimento che all’art.1 del suo statuto dichiara di assumere come proprio scopo l’indipendenza della Padania, ha di fatto abbandonato la battaglia autonomista e si accinge, all’alba del terzo decennio, a trasformarsi in un National Front Italiano, proponendosi definitivamente, sul mercato politico, come forza di destra sociale e populista.

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La fine della prospettiva autonomista in seno alla Lega Nord ha un duplice effetto: da un lato spoglia l’universo autonomista del suo locomotore storico ed elettoralmente più consistente, marginalizzando anche tutti quei tentativi che, al di fuori delle regioni dove l’autonomismo ha radici storiche più profonde, continuano a focalizzarsi sul rapporto centro-periferia. Dall’altro, tuttavia, alleggerisce il mondo autonomista della pesante ipoteca di un movimento che, lungi dall’interpretare coerentemente le istanze minoritarie delle terre padano-alpine, ne imbracciava il retaggio culturale come si trattasse feticcio, piegando la grazia e la nobiltà del mondo contadino e vernacolare, tanto particolaristico quanto universale, a un lessico aggressivamente xenofobo. Un lessico ancora oggi esibito con cadenza quotidiana.

Questo alleggerimento non solo permette, ma forse impone, oggi, di ri-pensare l’autonomismo. Questa posizione paradossalmente privilegiata di chi trova un campo aperto, liberato da ipoteche, consente di attivare strumenti di comprensione metapolitica di un fenomeno che sebbene indebolito, almeno in Italia, non può dirsi superato: la tensione e la necessità di ricreare costantemente nuovi rapporti fra centro e periferia rende l’autonomismo un problema sempre attuale, a volte deflagrante altre sotterraneo, a volte teso a rompere gli equilibri altre a ricrearli per via comunitaria o culturale ai margini della politica propriamente detta.

Il diritto di dar-si la legge

Autonomia è una parola di origine greca: deriva da αὐτός “stesso” e νόμος “legge”. È, nel suo senso più generale, il potere di dar legge a sé stesso, e quindi deve essere tenuta ben distinta dalla generica pretesa di arbitrarietà, sia a livello politico che morale. Trarre la legge da sé stessi anziché desumerla da fonti esterne cui soggiacere, anche contro la propria volontà, impone uno sviluppo delle facoltà più alte che generalmente consentono di distinguere un soggetto adulto da un soggetto non ancora adulto o in condizione di minorità. Autonomia significa dunque saper applicare la norma idonea al contesto in atto, dove la “norma” viene indagata e desunta, in ultima istanza, dal soggetto stesso, singolo o comunità, chiamato a rispondere in prima persona della sua decisione e, dunque, della sua libertà. Una libertà che sa spettargli di diritto, e che sa che deve essere difesa dallo Stato piuttosto che da esso promossa, coltivata fra gli interstizi lasciati scoperti dalla burocrazia anziché affidata ai suoi funzionari.

Un passaggio al Bosco

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Di fronte all’irrompere di nuovi centri gravitazionali burocratici, economici e mediatici che scuotono le fondamenta stessa della con-vivenza, generando nuove spinte all’omologazione e all’oppressione della libera sfera personale,  l’autonomismo è chiamato ad additare la possibilità di quello che Junger chiamava passaggio al“Bosco”: un movimento di sottrazione, di negazione del proprio consenso e della propria disponibilità al Potere costituito e al pensiero unico; un movimento di fuga verso un nuovo spazio esistenziale e spirituale dove rigenerare, su scala “locale”, i processi decisionali, produttivi, educativi, culturali e informativi.

“Per quel che riguarda il luogo, il bosco è dappertutto: in zone disabitate e nelle città, dove il Ribelle vive nascosto oppure si maschera dietro il paravento di una professione. Il bosco è nel deserto, il bosco è nella macchia. Il bosco è in patria e in ogni luogo dove il Ribelle possa praticare la resistenza. Ma soprattutto il bosco è nelle retrovie del nemico stesso. Il Ribelle non si lascia abbagliare dall’illusione ottica che vede in ogni aggressore un nemico della patria. Egli conosce bene i campi di lavoro forzato, i nascondigli degli oppressi, le minoranze in attesa che scocchi l’ora fatale. …Il Ribelle organizza la rete di informazioni, il sabotaggio, la diffusione delle notizie tra la popolazione”.

Oltre la questione linguistica

dialettiSul piano politico il confine, il limes, fra sé e l’altro da sé, fra “interno” ed “esterno” è stato rappresentato storicamente dalla lingua. Al netto di alcune, non irrilevanti, eccezioni. Su questa base, l’analisi delle lingue locali permette di mappare in modo piuttosto fedele le potenziali tensioni autonomistiche interne a un corpo istituzionale, nella consapevolezza che più il dato linguistico ed etnico sono marcati e distinti dal centro, più la convergenza di ragioni economiche e sociali può rendere deflagrante il conflitto con la periferia.

L’assimilazione linguistica e con essa culturale ha teso tuttavia a spegnere le istanze autonomistiche attraverso processi di massificazione e assimilazione  al modello dominante, con effetti di elisione delle tradizioni locali che hanno condotto a un’omologazione tanto più minacciosa quanto più pervicace e fondata su strategie pervasive e manipolatorie nei confronti del singolo individuo.

In un’epoca in cui la tecnica, in rapporto dialettico col capitalismo, ha semplificato il mondo minacciandone la bio-diversità culturale e mettendo a repentaglio la sopravvivenza stessa di migliaia di idiomi, la tutela linguistica deve oggi innestarsi su un terreno più fecondo e allo stesso tempo più profondo, su una resistenza basata su fattori diversi da quelli etnicistici così come da quelli di segno economico; fattori naturali, bio-regionali, legati all’esperienza stessa dell’abitare un luogo riconoscendone i tratti distintivi, e fattori filosofici, morali, di segno comunitario.

Autonomismo e comunitarismo

Valentina Pazé, ne “Il Comunitarismo”, suggerisce di “riflettere sulla derivazione di communitas dall’unione della preposizione cum col sostantivo munus, che significa al tempo stesso dono e dovere, o meglio, dono nell’accezione specifica di bene o servizio che, una volta ricevuto, si è moralmente obbligati a ricambiare”. Il dato di cui siamo in cerca potrebbe essere dunque quel dono che prevede il reciproco scambio non monetario di tempo in cui più persone si riconoscono “vincolate da obbligazioni reciproche; non da qualche proprietà comune, ma da un debito di riconoscenza che unisce l’una nei confronti delle altre”.

In quest’accezione, la comunità appare come un’entità “tendenzialmente aperta e rispettosa delle differenze”, posto che “visti dall’esterno, coloro che sono vincolati da obbligazioni reciproche costituiscono pur sempre un gruppo circoscritto, unito da legami di solidarietà reciproca che escludono chi rimane estraneo al circolo del dono”.

Verso un nuovo regionalismo

rivoluzione-industrialeLa prospettiva comunitaria aiuta l’autonomismo ad abbracciare una prospettiva per nulla scontata. Apre infatti prospettive diverse dal regionalismo classico, in cui l’autonomismo viene utilizzato come cavallo di Troia di un èlite locale interessata a controllare leve finanziarie e gestionali di un territorio.

Negli ultimi anni, in Italia abbiamo assistito alla degenerazione del sistema regionale, dovuta al trasferimento, dal centro alle periferie, di un malcostume  alimentato dalla cessione di poteri e risorse, soprattutto in campo sanitario; questa riforma ha distrutto, nel cittadino medio, la speranza che il decentramento equivalesse a una maggiore sobrietà nella spesa pubblica, a servizi migliori e a nuove opportunità di partecipazione alla vita politica.

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Perché la speranza torni, servono nuove prospettive. Serve la capacità di immaginare il regionalismo come un mezzo in rapporto a un fine e, in particolare, uno strumento per un autentico decentramento che trasferisca saperi e risorse verso la base della società. Se l’autonomismo tradizionale serve la causa di un conflitto interno alle èlite; un conflitto fra due “centri” in rapporto ai quali la singola persona appare la semplice variabile di una società della crescita sempre identica a sé stessa pur al variare della geografia politica o amministrativa, una nuova cultura autonomista deve sapere proporre modelli organicamente alternativi a quello in atto.

Gli attuali modelli scolastici, sanitari e previdenziali sono emanazioni di questo sistema. Più che aspirare alla loro gestione, un’autentica politica autonomista non può che preferire la lenta e metodica costruzione di alternative parallele al così detto welfare state, alternative sì alle logiche burocratiche ma anche a quelle liberiste. Istruzione parentale, diffusione di una cultura del sé anche mediata dal controverso campo delle medicine alternative, riscoperta del mutuo soccorso, salvaguardia della biodiversità, economie circolari, monete complementari,  etc. non sono solo fenomeni sempre più diffusi, ma anche parti integrante di un autonomismo che non voglia limitarsi a competere con lo Stato centrale; di un autonomismo che non ambisca, quindi, a regolamentare la vita sociale, ma che sappia tradurla in un campo di esperienze intense, aperte, partecipative e e dinamiche. Il ruolo del regionalismo, da questo punto di vista, è quello di attirare energia dal Centro, spogliando lo Stato delle sue prerogative bio-politiche non per ingessarle in nuovi Micro-Stati, ma per irradiarle alla base della società, realizzando per questa via un’idea autenticamente e coraggiosamente sussidiaria, fondata sulla responsabilità e sul rischio a cui si accompagna qualsiasi libertà.

Oltre il nazionalismo

Dove esiste una pulsione autonomista, urge dunque superare la tentazione di tradurla in un’aspirazione nazionalista che replichi, su scala regionale, gli stessi limiti e lo stesso retroterra statalista di cui si stanno sperimentando gli effetti, vivendo la propria posizione “minoritaria” non come una posizione temporanea, al più strategica, ma come un peculiare punto di vista sul Mondo che aiuti a scorgere con rispetto e meraviglia ogni autentica peculiarità e singolarità, favorendone la conservazione e la naturale, libera espansione.

L’autonomismo, da questo punto di vista, non è un “di meno” rispetto all’indipendentismo né un residuato dei processi di nation building di ottocentesca memoria. Non è un indipendentismo temperato dal realismo o mitigato dall’arte del possibile, e nemmeno un altro modo di nominare le aspirazioni federaliste o alla “devolution”, ma una filosofia del potere che crede nel rovesciamento gerarchico del rapporto Centro-Periferia, tendendo verso la condizione che vuole ogni punto del mondo un centro a sé stesso in danza perpetua e spontanea con altri centri.

Autonomismo e bio-regionalismo

Riconoscere questi “centri molteplici” è possibile solo guardando il Mondo come una mappa di eco-sistemi intessuti profondamente ma distinguibili chiaramente dalla flora, dalla fauna, dalle colture e – conseguentemente – delle culture. Materiali e spirituali. A uguali domande sono state date, in luoghi diversi, risposte diverse. Per uguali problemi – mangiare, vestirsi, riscaldarsi etc. – sono state definite strategie anche lontane fra loro. Ricalcandole, è possibile disegnare una mappa: una mappa bio-regionale. Re-imparare a riconoscere, abitare e rispettare queste bio-regioni e i loro confini, che non sono confini umani da presidiare con le armi ma confini tracciati dalla natura, che demarcano la necessità di com-misurare ad essi la nostra azione e la nostra impronta ecologica, significa non solo re-imparare ad abitare il Pianeta intero, ma adottare immediatamente una prospettiva autonomista legata alla necessità di adattare il nostro comportamento e, con esso le nostre leggi, ai luoghi e al loro specifico “genio”.

Per una politica dis-alienante

uomo-macchinaL’autonomismo come metapolitica del sé presuppone la costruzione di un’alternativa all’alienazione moderna, una condizione già evidenziata dal pensiero marxiano e che oggi, dal mondo della fabbrica, si è esteso a quello dell’informazione.

La condizione alienante, di alter-azione e di dispersione dell’autenticità, di progressivo smarrimento della condizione umana e del senso che gli è proprio, si sta affermando come una condizione strutturale e implicita in ogni società a capitalismo maturo che vede l’uomo posto al servizio della tecnica.

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Non è questa la sede per affrontare compiutamente un tema così ampio e ricco di sfumature, ma è chiaro che qualsiasi posizione organicamente “autonomista” non può accettare una posizione di eteronomia dell’uomo nei confronti della tecnica e delle sue istanze: per l’autonomismo metapolitico, e per quanto detto sopra, il lavoro non può che essere uno strumento di affermazione e di espansione del sé all’interno della bio-sfera e in armonia con essa. Una tecnica al servizio dell’uomo è un obiettivo u-topistico se la tecnica non viene ricondotta alla scala umana e dunque locale.

Heim: il segreto come dimensione metapolitica

In tedesco, casa, patria e segreto hanno la stessa etimologia, heim. Ciò che delle borgate colpì Pasolini, reduce dall’arcadia Friulana e dalla coltivazione di un’autonomia basata su fattori linguistici, era il “gergo” popolano, estraneo ai ceti alti, alla borghesia, “il dialetto inventato ogni mattina”, dai poveri, “per non farsi capire; per non condividere con nessuno la loro allegria”. La libertà presuppone in qualche modo la “segretezza”, un esoterismo che renda impermeabile la sfera del sé al Potere e ai suoi circuiti fagocitanti, alla sua abile manipolazione delle coscienze, deprivate di autonomia e violentemente inserite nel circuito della cultura di massa. L’autonomismo coincide quindi con un processo di riappropriazione di uno spazio estraneo a questa cultura, uno spazio dove, per usare nuovamente un’immagine pasoliniana, “non arrivi la parola del nostro mondo”.

Autonomismo e geo-filosofia

heideggerL’autonomismo così inteso è l’esito, uno degli esiti possibili, della geo-filosofia, ossia di un pensiero che mosso dalla crisi irreversibile dello Stato moderno, del suo ruolo etico arretra, come il Ribelle di Junger, verso la “Terra”, verso il “Bosco”, in questo spazio violentemente anti-metafisico. Spinto alla deriva dalla crisi dell’Occidente e dalla sua emergente incapacità di governare la Storia mondiale muovendo dalla sua Visione dell’uomo, giunta al Kaly Yuga dell’ “homo oeconomicus”, questo pensiero ritorna fra le pieghe della terra, del territorio, per restituire un senso alla con-vivenza e al legame sociale, che dalle astrattezze dell’individualismo liberale ritornano scientemente alla concretezza dell’Avere Luogo, un “luogo” che viene appunto fondato o ri-fondato come radura: come quello spazio in cui, heideggerianamente, “si compie, se mai si compie, la decisione intorno a se e come Dio e gli dei si neghino e resti la notte, se e come il giorno del sacro albeggi, se e come nell’albeggiare del sacro possano cominciare di nuovo ad apparire Dio e gli dei”.

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