litaliano“È stato ormai sdoganato il fatto che fra un dialetto e una lingua non ci sia differenza: si tratta, in tutti e due i casi, di un sistema di regole ben strutturato”. Muove dalle migliori premesse il numero 5 de “L’Italiano”, la collana che Repubblica edita ogni venerdì in collaborazione con l’Accademia della Crusca. E che tratta,  col benedetto disincanto e l’onestà intellettuale di chi non si sente più in dovere di stabilire una gerarchia e una relazione di potere fra gli idiomi, dei dialetti.

Anzi, l’obiettivo del pamphlet – uscito il 25 novembre – va davvero oltre ciò che l’intelligenza accademica ha mai tentato: sfatare i falsi miti che gravitano intorno a questo variegato universo che ha influito sulla lingua italiana non meno di quanto oggi sta facendo l’inglese: se di termini come computer, audience, boss, class action, outlet riusciamo immediatamente a individuare l’origine straniera, parole come “intrallazzo”, “mugugno”, “cicchetto”, “birichino”, “risotto” o “lido” ci sembrano appartenere di diritto all’idioma italiano inteso come “fiorentino”. E’ corretto? Niente affatto: sono moltissime le parole di origine chiaramente dialettale e quindi ligure, siciliana, piemontese, emiliana etc., drenate dall’italiano di oggi, a riprova del carattere diveniente di ogni lingua.

Il volume ha quindi il merito di evidenziare come fra lingua e dialetto non vi sia nessuna differenza, di fatto: sono entrambi sistemi di norme internamente coerenti e una lingua è, al più, un dialetto con un esercito e una bandiera. La differenza fra i due mondi non è quindi di natura sintattica, ma interroga la capacità di una comunità di parlanti di tradurre in azione politica un sentimento identitario che trova espressione nella lingua.

Di particolare interesse sociologico il riferimento del libro al giovanilese, “una lingua colloquiale e informale che, pesantemente, attinge dal dialetto. Ecco dunque che la più brutta della classe diventa una cozza (termine di origine meridionale), lo sciocco del gruppo è un loffio (dialetto toscano), si tengono alla larga gli amici che si accollano (romanesco), chi dice scialla (dal genovese) invita a stare calmi, mentre quel daje, romanissimo e inflazionato, si abbina con tutto, come il tubino nero, o la camicia bianca”.

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