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In questo periodo si è ritornato a parlare di indipendentismo con una costanza che sembra aver riannodato i fili della storia al 2015, quando in Scozia si teneva il referendum sulla rinascita di uno Stato indipendente nel Nord della Gran Bretagna. Dalle parti di Edimburgo la Brexit ha riacceso la fiamma indipendentista, che sembrava sopita dopo la sconfitta: gli scozzesi, a maggioranza europeista, ritengono che l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea giustifichi una nuova convocazione del referendum sull’indipendenza (che questa volta, un po’ ipocritamente, l’establishment politico ed economico europeo appoggerebbe per punire l’insolenza britannica).

Dalle parti di Barcellona, invece, la questione appare molto più complessa e intricata, perché di Referendum sull’indipendenza catalana sia il governo di Madrid che la Corte Costituzionale non vogliono sentir parlare. Mariano Rajoy non esclude misure coercitive per impedire ai partiti indipendentisti catalani di convocare un nuovo referendum dopo quello del 2014, che ha portato nei giorni scorsi alla condanna a due anni di interdizione dai pubblici uffici di Artur Mas. Fra cortei separatisti e contro-cortei unionisti, il rischio è quello di alimentare una polarizzazione settaria della vita civile catalana quando alla Spagna servirebbe, al contrario, una via politica riformista in grado di riposizionare le sue comunità autonome nel quadro di un nuovi processi “federalisti”; processi che operino sia in direzione di una maggiore autonomia e di un maggior protagonismo delle Regioni (a partire dalla riforma del Senato, dalla partecipazione delle comunità ai processi di revisione costituzionale, dalla nomina dei membri della Corte Costituzionale e dall’individuazione di nuovi strumenti di cooperazione territoriale) che in direzione dell’Unione Europea.

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Già, la vituperata Unione Europea: perché proprio l’europeismo tipico delle piccole patrie iberiche può rappresentare la chiave di volta di un problema che non può esaurirsi nella semplice matrice politica. I limiti dell’indipendentismo catalano sono oggi i limiti tipici di un nazionalismo auto-referenziale, ossessionato dal residuo fiscale, che sembra aver smesso di interrogarsi sulla “dipendenza” economica da dinamiche del tutto estranee a quella democrazia che lo Stato spagnolo, pur imperfettamente, garantisce. Ci riferiamo ai mercati finanziari che inter-connettono le economie globali e a un sistema militar-industriale che dipende sia dall’accesso a materie prime in paesi terzi sia dall’apertura dei mercati esteri alle proprie produzioni. Ci riferiamo a dinamiche che se superano il raggio d’azione dei vecchi Stati Nazionali, superano a maggior ragione quello delle “piccole patrie” che li compongono.




Anche in un’auspicabile ottica di decrescita e di riconversione delle regioni costitutive degli Stati europei in bio-regioni fortemente autonome da un punto di vista squisitamente economico, appare necessario progettare un cammino che individui nell’Europa o nella conca euro-mediterranea una prima riduzione di scala rispetto al “villaggio globale”, capace di correggere i più stridenti squilibri interni a quel neo-liberismo che conduce aziende di paesi con un mercato del lavoro fortemente regolamentato a competere con chi attira investimenti in ragione del proprio lassismo sui diritti umani e civili, o che ancora rischia di sconvolgere il nostro universo agro-alimentare con prodotti OGM. Di questa Europa, ritornata forte e coesa perché conscia di essere un grande spazio geo-politico, le regioni possono naturalmente essere i mattoni politici fondamentali, anzi devono esserlo perché l’Europa diventi uno strumento di progressiva ri-localizzazione, e quindi di ri-umanizzazione su vasta scala, del lavoro e dell’economia.




Balcanizzare la Spagna attraverso uno scontro fra Stati e Comunità autonome, in uno scenario in cui uno dei contendenti ha il potere di escludere eventuali nuovi aggregazioni politiche dall’Unione Europea, con conseguenze imponderabili per la vita sociale ed economica delle regioni separatiste, esposte da un lato al rischio di depauperamento e dall’altro dalla tentazione di attirare capitali di natura incerta per sfuggirvi, appare un “puntiglio” anacronistico di chi è rimasto ancorato al franchismo e a uno scontro fra opposti nazionalismi, che è quanto di più distante da un’ottica coerentemente autonomista, federalista e, quindi, libertaria.

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Che l’identità catalana, del resto, non possa scindersi totalmente da quella spagnola lo dimostra il calcio. Si, perché il calcio, dalle parti di Barcellona, è più di uno sport: se una delle due squadre, il Reial Club Deportiu Espanyol, porta già nel nome – catalanizzato – e nell’investitura reale, un chiaro richiamo all’unità nella diversità, il Barca, simbolo dell’indipendentismo e della lotta contro il regime di Franco, vedrebbe la propria storia e la propria fama planetaria implodere in una piccola lega catalana dove “El Clasico” contro il Real Madrid diventerebbe solo un nostalgico ricordo. Simul stabunt, simul cadent: il “catalanismo” acquista senso e significato all’interno della Spagna democratica, in una dialettica costante fra centro e periferia. Solo in questa sede potrà continuare a rappresentare le invincibili ragioni del pluralismo linguistico e culturale, dell’autonomismo e della libertà, che fanno ancora guardare al regionalismo come a un luogo di speranza e di progresso civile in antitesi a qualsiasi forma di nazionalismo, su piccola o larga scala. Il catalanismo merita di più di un piccolo Stato. Merita di essere parte costitutiva di un nuovo progetto di civiltà.

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