wolf

Covo di eretici, campo di cimento individuale, teatro di resistenza, metafora del senso primo dell’esistere, la montagna è ciò che il Potere da sempre mal sopporta.

Esso, il potere, predilige le pianure, le superfici che si prestano al dominio sulla natura, al controllo, all’espansione e alla trasparenza offerta dall’orizzontalità del paesaggio. Con l’altitudine e la verticalità la propria presa sul Mondo e sull’Altro diventa precaria, necessità di conoscenze e abilità specifiche che solo la disponibilità alla solitudine, al rischio e all’avversità – alla rinuncia stessa al Potere – possono donare.




Solo a queste condizioni la montagna si svela e dona quel piccolo raggio di conoscenza che all’uomo è riservato, ma quando questo accade qualcosa, nell’intimo dell’animo, è già mutato. Qualcosa che dall’esterno ha i tratti dolciniani della “ribellione”, che sosta in perfetto equilibrio fra il più spiccato individualismo e la più ferrea etica comunitaria, che porta l’ego a cessare di misurarsi con l’Altro nel gioco di aspettative e riconoscimenti che determina l’infelicità moderna per iniziare un costante confronto con sé stessi, mossi da quel richiamo che proviene dall’Alto e che spinge l’uomo verso la più folle ricerca di trascendenza nelle regioni dove hanno casa lupi o “banditi” (letteralmente, espulsi dal consesso civile) . Oppure entrambi.




Prendete la protesta valsusina contro il TAV. E’ difficile comprenderla fino in fondo per chi giudica lo sviluppo tanto buono quanto ineluttabile e il progresso la linea tracciata dalla scienza e dalle sue declinazioni tecnologiche. E’ difficile comprenderla se si prescinde dal punto di vista offerto, su di essa, da “Alpi Ribelli”, un mosaico di narrazioni biografiche composto da Enrico Camanni, giornalista e alpinista.

Solo una sensibilità elettiva nei confronti della montagna, della sua trascendenza della nostra visuale, della sua alterità alle nostre leggi e ai nostri desideri superflui di uomini moderni può permettere di capire gli uomini che l’hanno sfidata per venirne accolti, a volte uccisi, in ogni caso venirne cambiati e portar con sé, anche in quella città paradigmatica della modernità che fu Genova negli anni ’70, l’indomito, selvatico istinto di fare ciò che si deve, ben sapendo – e Guido Rossa, da alpinista, lo sapeva – il prezzo da pagare.

“Come per gli antichi romani le Alpi sono un cordone da attraversare, nient’altro. Alla base del ragionamento c’è il difficile rapporto tra la città e la montagna, di cui la Valle di Susa è un caso clinico – scrive a un certo punto Camanni – Torino è entrata nella bassa valle con gli impianti industriali e si è appropriata dell’alta valle con gli impianti sciistici e circa venticinquemila seconde case. La media montagna è stata abbandonata a se stessa. Questa logica colonizzatrice si riflette nella (non) discussione sul TAV, perché risulta naturale che un piccolo territorio si sacrifichi per il bene dell’Italia, o dell’Europa, se è solo una protesi della città o il residuo di un passato escluso dai processi della modernità”.

alpiribelli

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