Začasna meja Italija - Jugoslavija 1945

“Agitare le presenti necessità della nostra Regione e chiedere a Roma per essa la più ampia autonomia amministrativa”. Con questi intenti nasceva, settanta anni fa, il Movimento Popolare Friulano.

Correva il gennaio del 1947 quando nei locali del cinema Puccini di Udine prese il via la stagione che portò alla creazione della Regione Friuli Venezia Giulia e al riconoscimento della sua specialità. Un risultato che scongiurò l’ipotesi di un accorpamento del Friuli al Veneto e contro la quale prese posizione anche un giovanissimo Pier Paolo Pasolini, aderente al movimento e passionale autonomista, come testimoniano le parole impresse sui fogli della “Libertà” di Udine il 6 novembre 1946, in un articolo dal titolo eloquente

Sentimentalmente, irrazionalmente noi sentiamo che il Friuli non è Veneto; è Italia, questo si; ma c’è da arrossire soltanto a enunciarlo, quasi nel timore che possa esistere e venire formulata la proposizione contraria.

E ancora:

Non c’è di meglio che opporre alla subdola dilagazione slava una Regione Friulana cosciente di sé, elettrizzata dalla dignità conferitagli a diritto per la sua lingua, le sue usanze, la sua economia nettamente differenziate.

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La nascita della Regione Friuli Venezia Giulia e il riconoscimento della sua specialità, tuttavia, non hanno mai spento il sentimento friulanista. Al contrario. Come molto spesso accade in Italia, la soluzione ai problemi appare drammaticamente interlocutoria, portatrice di una provvisorietà che legittima lo slancio verso il futuro e fa ardere la fiamma della storia.




Per questa ragione l’autonomismo friulano, facendo leva anche sulla sostanziale virtuosità di una comunità politica che ha gestito esemplarmente la ricostruzione post-terremoto del 1976 , è un tema di perenne attualità. Ancora oggi o, forse, soprattutto oggi.

Soprattutto oggi quando circolano proposte di legge, vedi l’ultima datata 2014 e firmata dai deputati PD Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, che vorrebbero riunire il Veneto al Friuli in una macro-regione artificiale per ridurre l’autonomismo a un asettico saggio sulle economie di scala.

Certo le fratture fra le diverse visioni del problema non mancano. Recentemente, nel 2004, si è aperta una questione autonomista dentro la più generale problematica dei rapporti fra Friuli e Trieste, Friuli e Roma: la questione carnica, culminata in un referendum per l’Istituzione della provincia dell’Alto Friuli che avrebbe dovuto comprendere Carnia, Canal del Ferro, Val Canale e Gemonese. Il risultato del referendum ha acuito le divisioni, anziché risolverle: da un lato la Carnia che ha votato SI per il 73% degli aventi diritto, dall’altro il restante territorio che si è espresso per il NO all’83%.

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Al di fuori di una montagna che rivendica la propria peculiarità geo-politica e culturale, la strada maestra, per molti friulanisti, continua a essere quella additata da un esponente storico dell’autonomismo scomparso lo scorso 5 gennaio, il professor Marzio Strassoldo, già Presidente della Provincia e Rettore dell’Università di Udine, convinto che anche per il Friuli Venezia Giulia il modello ideale è quello di Trento e Bolzano: una distinzione netta fra le due anime della regione con l’istituzione di due province autonome: da una parte il Friuli (Udine e Pordenone); dall’altra Trieste (associata a Gorizia), città dove – complice un declino economico particolarmente tangibile- è fortemente attivo un indipendentismo volto al riconoscimento del Territorio Libero, lo Stato indipendente e sovrano istituito il 15 settembre 1947 nel previsto regime di governo provvisorio, con un porto franco internazionale.

Ma questa, benché distante pochi chilometri, è davvero un’altra storia.

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