L’introduzione del bilinguismo in Veneto, un progetto di legge regionale per applicare nel ricco Nord-Est la Convenzione Europea per la tutela delle minoranze e portare la lingua veneta negli uffici pubblici, nelle scuole e nella cartellonistica stradale, con tanto di posti riservati in giornali e televisioni, ha indubbiamente un merito: fare discutere e riportare la questione delle lingue locali al centro di un dibattito politico che con troppa leggerezza vorrebbe dirimere la questione localista invocando la globalizzazione come fatto imprescindibile, insuperabile e persino desiderabile.

Accade poi che questo modello argomentativo conduca, su vasta scala, a risultati come la Brexit o la vittoria di Donald Trump negli USA. Perché, se è vero che nessuno ha bisogno di gabbie autarchiche in cui rinchiudersi, è vero anche che privare le genti di punti di riferimento sociali e culturali che offrano una percezione di solidità e profondità al proprio essere-nel-mondo, produce solo malcontento.

Ora, venendo al “nostro” Veneto, ci chiediamo: re-iniettare forzosamente una lingua locale nel tessuto educativo fuori tempo massimo, con l’obiettivo nemmeno troppo velato di coprire e giustificare un’operazione di nation building micro-nazionalista di derivazione ottocentesca, è la risposta al malcontento di cui dicevamo? A noi pare di no, e cercheremo in questa sede di spiegarvi il perché.

Crediamo di No perché il Veneto ha scelto, da tempo, una strada che lo ha separato da quel mondo vernacolare e conviviale in cui il suo idioma appariva bucolicamente consono, intimo, domestico e necessario. Questa strada, liberamente intrapresa, ha fatto di questa regione uno dei motori dell’Italia industrializzata e della società della crescita, una società che ha avuto nella (malferma) diffusione della lingua italiana attraverso la scuola dell’obbligo e i mezzi di comunicazione di massa la propria cifra stilistica. Una società che ha volontariamente marginalizzato il dialetto, con cui ha pure contaminato l’idioma nazionale; che, ironia della sorte, è diventato quasi subito inadeguato e debole sul “mercato” del lavoro. Chi parla solo italiano, oggi, è tagliato fuori dai centri nevralgici dove si decidono i destini di quella che Serge Latouche chiamò, appropriatamente, “mega-macchina”. E c’è di più, perché anche padroneggiare l’inglese non basta più, in un Mondo dove nuove economie sono emerse prepotentemente a dettar legge e a imporre il proprio universo fonetico e semantico.

La scuola stessa in cui si vorrebbe reintrodurre il dialetto è uno strumento formativo al servizio del totalitarismo della crescita, e integrare nei suoi programmi il vernacolo non significa certo cambiare la vocazione e il destino di un’istituzione in crisi irreversibile, ma solo consegnare definitivamente la memoria dei luoghi al più ridicolo provincialismo e a un inaccettabile svuotamento del senso e del significato che furono propri all’uso delle lingue locali.

L’essenza del dialetto riposa infatti nel tratto ribelle e anti-istituzionale di un idioma e-marginato, periferico, non integrato. Questo carattere impone oggi di mantenere gli idiomi locali lontani dall’ipoteca di un mondo pietrificante e pietrificato come quello della scuola pubblica o peggio della burocrazia italiana. Ciò che dei dialetti va eminentemente conservato non è solo la forma storica, ma l’essenza di alternativa libertaria alla società della crescita; alla società in cui il vernacolo, vale a dire, appare poco più che un feticcio da imbracciare ideologicamente contro gli “stranieri”, un limes utile a impedire l’accesso all’altro, a chi ci minaccia con la propria diversità anziché suggerirci, con la propria presenza, la nostra.

Quest’alternativa alla “mega-macchina” moderna, ancora da costruirsi benché i pionieri non manchino, deve confrontarsi con l’ipotesi di de-scolarizzazione della società teorizzata dal filosofo della società conviviale, Ivan Illich. Deve riscoprire buone pratiche come l’home schooling, l’educazione parentale, che giovano oggi alla causa del pensiero autonomista molto più del tradizionale e consunto approccio etno-nazionalista al problema linguistico.

Questo, le Regioni, dovrebbero fare: anziché inseguire modelli novecenteschi come quello sud-tirolese, a sua volta divenuto anacronistico, dovrebbero trarre ispirazione dagli antichi modelli vernacolari e conviviali per offrire possibilità concrete di estraniazione dell’individuo dalla società della crescita, proprio muovendo da pratiche educative di segno creativo ed extra-ordinario. Dovrebbero immaginare nuove forme di cittadinanza e nuove culture territoriali, soprattutto extra-urbane. Dovrebbero favorire il ri-popolamento di tutte le antiche terre vernacolari oggi divenute periferiche e marginali, spopolate a abbandonate perché lontane, Altre, dai centri politici ed economici. Proprio qui, in questi luoghi “banditi”, la parola potrebbe tornare a fluire semovente e libera fra le pieghe delle economie circolari, del dono, dell’educazione parentale, della comunità che si fa destino in quanto scelta. Parola libera di conservarsi, di tramandarsi o – perché no? – di re-inventarsi.

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