Capitanata

Mentre la politica con la p minuscola è caduta preda di manie neo-coloniali e si diletta a ridisegnare i confini italiani col righello , immaginando nuove e impalpabili macro-regioni, nel corpo vivo del Paese le cose sembrano procedere su binari paralleli, destinati a non incrociare mai la volontà delle classi (cosiddette) dirigenti.

L’implosione della globalizzazione e delle sue “magnifiche sorti” favorisce infatti la nascita di nuove pulsioni autonomiste il cui scopo è spingere i centri decisionali verso la base della piramide sociale. Emblematico, a questo proposito, il caso della Puglia, o meglio delle Puglie come si usava dire fino a qualche tempo fa, dove sia a Nord che a Sud agiscono movimenti che chiedono l’apertura di nuovi spazi di partecipazione politica.




A Nord la Daunia, coincidente con la provincia di Foggia, spinge per unirsi al Molise in una nuova entità, la Moldaunia, promossa da un movimento popolare ad hoc. A Sud il Salento non ha mai rinunciato all’antica ambizione di elevarsi a regione, una battaglia che oggi ha il proprio alfiere nell’editore Paolo Pagliaro e nel suo movimento chiamato, appunto, Regione Salento. Nella travagliata provincia di Taranto, invece, c’è chi preme per il progetto di una “Grande Lucania” e dell’annessione alla Basilicata.

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Troppo bari-centrica, a dire di questi movimenti, la regione guidata oggi da Michele Emiliano, ma il giudizio cela anche un autonomismo che affonda le radici nella storia e nelle peculiarità dialettali. Sia l’articolazione della regione durante il Regno delle due Sicilie, quando le Puglie erano divise nella Capitanata a nord dell’Ofanto, nella Terra di Bari al centro e nella Terra d’Otranto a sud, sia la carta dei dialetti disegnata da Giovan Battista Pellegrini (foto sotto) – vero vademecum delle identità locali e regionali – giustificano, formalmente, spinte autonomiste che in uno scenario di crisi radicale del rapporto fra cittadini e politica intendono restituire a queste terre nuovi punti di riferimento e nuovi spazi di agibilità democratica.

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Compito non facile di chi si fa alfiere di queste battaglie è dar loro un senso che travalichi aspetti meramente corporativi o peggio elettorali, e giustificare la richiesta di autonomia con progetti capaci di convogliare le energie vive delle comunità interessate su obiettivi di evoluzione sociale.




Soprattutto la provincia di Foggia sembra necessitare, oggi, di una profonda ristrutturazione della vita sociale ed economica: una disoccupazione giovanile del 65%, per le donne è l’84%, unita al Pil pro capite più basso d’Italia – 2 mila euro sotto quello greco – fanno gridare gli esperti al “disastro antropologico”.

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