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Tavo Burat

(…)Per quanto mi riguarda non condivido l’impostazione di chi auspica uno “Stato indipendente piemontese”, cioè ancora uno Stato-Nazione, sia pure a dimensione più ridotta, perché questa mi appare come una battaglia anacronistica, tesa a costituire un Ordinamento giuridico territoriale superato, che affonda le sue radici nella vecchia concezione di “Stato” formatosi per favorire gli interessi di una classe dominante, “forte”. E tanto meno una “Repubblica del Nord” o “Padania” che dir si voglia. Sono fondamentalmente un anarco-socialista, e quindi diffido, direi quasi per istinto, dell’Ordinamento giuridico sovrano, statale. 

Tutto ciò che va oltre la dimensione umana (quanto si può vedere, dall’alto della valle o del campanile; quanto si può percorrere camminando in una giornata, dall’alba al tramonto…) è, a mio avviso, estremamente pericoloso, falso. La “patria”- così come era sino alla formazione dei grandi Stati-Nazione – è solo quella “cita”, perché è semplicemente la terra dei padri: la valle, la comunità in cui siamo nati e cresciuti; o quella in cui abbiamo deciso di vivere e di operare, inserendocisi attivamente; la terra in cui sono sepolti i nostri progenitori; il resto è retorica, artificiosa invenzione.

Proprio questa esigenza di “concretezza” dà una particolare configurazione alla mia istanza regionalista. “Regione”: non certo come divisione artificiale, amministrativo-burocratica, ma “regione della natura”, cioè “bioregione”. Intendo con questo termine il luogo geografico riconoscibile per le sue caratteristiche di suolo, di specie animali e vegetali, di microclima, oltre che per la cultura umana che, da tempo immemorabile, si è sviluppata in armonia con tutto ciò.

La Regione dovrà realizzare la “comunità locale” (non è privo di significato che le ultime “Regioni” nate dal superamento dello Stato centralizzato, in Spagna e nel Belgio, si chiamino appunto “Comunità”) che dà veste concreta a quello spirito di Gemeinschaft, di comunità di destino, entro cui si esprimono secoli di produzione culturale, di attività non sempre eterodiretta, in spazi il più possibile liberi da condizionamenti e affrancati dalla subordinazione; una “comunità di destino” che si contrappone alla Gesellschaft, una società in cui gli individui hanno rapporti di tipo utilitaristico (e pertanto, non apprezzo il regionalismo che agita per lo più proteste fiscali e paure del diverso). E’ la partecipazione che crea la “comunità”.


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Martin Heidegger

Questa parola (Heimat, ndr) è qui pensata in un senso essenziale, che non è quello patriottico o nazionalistico, ma quello appartenente alla storia dell’essere. L’essenza della patria è nominata con l’intento di pensare la spaesatezza dell’uomo moderno a partire dall’essenza della storia dell’essere.

Lettera sull’umanismo, 1° ediz. italiana 1995


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Ivan Illich

Nell’ultimo decennio l’istituzione medica è divenuta una grave minaccia per la salute. Le depressioni, le infezioni, le menomazioni e le disfunzioni originate dai suoi interventi causano ormai più sofferenze che non tutti gli incidenti del traffico e gli infortuni sul lavoro. Soltanto i danni organici provocati dagli alimenti di produzione industriale possono competere con la patologia indotta dai medici. Oltre a ciò, la professione medica fomenta la malattia puntellando una società malsana che non solo conserva industrialmente i suoi minorati ma alleva clienti per il terapista con metodo cibernetico. Infine, le cosiddette professioni sanitarie hanno un potere patogeno indiretto, un effetto che nega strutturalmente la salute. Trasformano la sofferenza, la malattia e la morte da impegno personale in problema tecnico, espropriando così la gente d’ogni capacità di misurarsi autonomamente con la propria condizione umana.

Bisogni di Tantalo


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Ernst Junger

“Nelle città-stato il paesaggio si cristallizza, mentre il grande impero le esaurisce e le degrada a province. L’Asia Minore, prima di Alessandro e ancora sotto i satrapi, era un regno di fiaba”.

Eumeswil, Guanda, 2001

“La sicurezza veniva meno, i valori diventavano provvisori, e tuttavia si restava ancora nell’alveo della tradizione, e c’erano molti obblighi, ma altresì momenti in cui godersi la vita. La zattera naturalmente era fragile e un puro mezzo di fortuna. Una volta che quelle corde avessero ceduto, sarebbe rimasto solo l’abisso insondabile degli elementi – e chi avrebbe potuto affrontarlo? Ecco la domanda che assillava gli uomini. Vivevano tutti proiettati verso la catastrofe – non più baldanzosi come un tempo, ma in un’angoscia apocalittica. Il progetto di esaminare la situazione a piccoli gruppi e di saggiarne i limiti per tentativi non era poi così insensato. E non rappresentava nemmeno una novità: in epoche di grandi svolte, infatti, le cose erano sempre andate così – nei deserti, nei monasteri, nei romitaggi, nelle comunità stoiche e gnostiche, intorno ai filosofi, ai profeti e ai sapienti. D’altronde è sempre esistita una coscienza, una visione superiore alla necessità storica. All’inizio poté attecchire soltanto in pochi, e nondimeno fu proprio muovendo da quel punto che il pendolo invertì la sua oscillazione. Ciò doveva essere stato tuttavia precorso dall’iniziativa spirituale di fermare il pendolo.

Visita a Godenholm, Adelphi, 2008


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Jean Luc Nancy

Se qualcosa di un senso “universale” può ormai essere sostenuto a partire dal “particolare” che la frontiera sembra definire, e se, reciprocamente, qualcosa di un senso “particolare” può ormai essere sostenuto a partire dall’universale, dalla cancellazione delle frontiere, ciò non può essere l’universale incolore o monocromo degli umanismi e delle metafisiche; deve essere un pensiero dell’universale in quanto singolare, un pensiero del fatto che soltanto una singolarità d’esistenza è “universale”, esposta ogni volta sul proprio limite e che vale solo lì, sul suo limite.

Alla frontiera, figure e colori, in AA.VV. , Geofilosofia, Lyasis, 1996


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Goffredo Parise

Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.

Dobbiamo disobbedire, Adelphi, 2013


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Pier Paolo Pasolini

(…)Difendi i campi tra il paese e la campagna, con le loro pannocchie abbandonate. Difendi il prato tra l’ultima casa del paese e la roggia. I casali assomigliano a Chiese: godi di questa idea, tienla nel cuore. La confidenza col sole e con la pioggia, lo sai, è sapienza sacra. Difendi, conserva, prega! La Repubblica è dentro, nel corpo della madre. I padri hanno cercato e tornato a cercar di qua e di là, nascendo, morendo, cambiando: ma son tutte cose del passato. Oggi: difendere, conservare, pregare.(…)

Saluto e augurio – La Nuova Gioventù, 1975


I borghesi non amano nulla, le loro affermazioni retoriche di amore per il passato sono semplicemente ciniche e sacrileghe: comunque,nel migliore dei casi, tale amore è decorativo, o “monumentale, come diceva Schopenhauer, non certo storicistico, cioè reale e capace di nuova storia.

cit. Vita di Pasolini, Enzo Siciliano, 2005


Nessun Paese ha posseduto come il nostro una tale quantità di culture “particolari e reali”, una tale quantità di piccole patrie, una tale quantità di mondi dialettali: nessun paese, dico, in cui si sia poi avuto un così travolgente “sviluppo”. Negli altri grandi paesi c’erano già state in precedenza imponenti acculturazioni: a cui l’ultima e definitiva, quella del consumo, si sovrappone con una certa logica.

Scritti Corsari


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Kirpatrick Sale

Non esiste un modo efficace di insegnare, o di costringere ad adottare un punto di vista morale o di garantire un corretta risposta morale a un problema qualunque. L’unico modo in cui la gente può adottare un “comportamento corretto”  e comportarsi in modo responsabile è affrontando concretamente il problema e comprendendo il proprio legame diretto con la questione, il che può essere fatto solo su scala limitata. Si può farlo solo quando le strutture di potere della società sono direttamente riconoscibili e comprensibili, solo dove i rapporti fra le persone sono realmente intimi e dove gli esiti dei comportamenti individuali sono controllabili; dove e quando le intoccabili astrazioni hanno ceduto il posto al qui e ora, al visto e sentito, al reale e conosciuto. (…)

Alla giusta dimensione il potenziale umano è liberato, la comprensione umana massimizzata, la realizzazione dell’uomo moltiplicata. E a mio avviso la scala ottimale è quella bioregionale, una scala non tanto piccola da essere impotente e miserabile, né così grande da essere pesante e incontrollabile, una dimensione in cui il potenziale umano può affrontare la realtà ecologica. (…)

Il punto di partenza di un sistema economico che si sviluppi in una bioregione non può logicamente che essere il seguente: una economia bioregionale dovrebbe in primo luogo preservare piuttosto che esaurire il mondo naturale, adattarsi all’ambiente piuttosto che sfruttarlo o manipolarlo, conservare non solo le risorse ma anche le relazioni sistematiche del mondo naturale; in secondo luogo organizzare u sistema stabile di produzione e scambio piuttosto che un sistema consumista in costante flusso di crescita, basato su qualcosa chiamato “progresso”, un dio falso e bugiardo quant’altri mai. (…)

La legge ecologica con la quale la politica bioregionale dovrebbe logicamente incominciare è il decentramento, la spinta centrifuga, la dispersione del potere fra tante unità piccole e diffuse. E’ ciò che avviene nel mondo naturale, dove nulla colpisce più che l’assenza di qualsiasi controllo centrale, di qualsiasi forma di dominio superiore alle specie, dove non esiste il rapporto dominiatori-dominanti considerato inevitabile nell’organizzazione dell’umanità. 

Le regioni della natura – Eleuthera, 1991


Lao

Tao Te Ching

Piccoli regni con pochi abitanti:
arnesi da lavoro in luogo d’uomini
(sian dieci o cento) il popolo non usi.
Tema la morte e fuori non emigri.
Se anche vi son navigli e vi son carri,
il popolo non tenti di salirvi;
se anche vi son corrazze e vi son armi,
mai e poi mai le tiri fuori il popolo.
E ritorni ad usar nodi di corda;
e trovi gusto in cibi e vesti suoi;
ed ami la sua casa, i suoi costumi.
Se stati vi vedessero vicini
tanto che cani e galli se ne udissero,
invecchino così, fino alla morte
quei due popoli: senza alcun contatto.

Cap.80


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